Pues, señora, yo he llegado,
perdido a Dios el temor,
Pues, señora, yo he llegado,
perdido a Dios el temor,
Anda libre en el surco, bate el ala en el viento,
late vivo en el sol y se prende al pinar.
No te vale olvidarlo como al mal pensamiento:
¡lo tendrás que escuchar!
Habla lengua de bronce y habla lengua de ave,
ruegos tímidos, imperativos de amar.
No te vale ponerle gesto audaz, ceño grave:
¡lo tendrás que hospedar!
Gasta trazas de dueño; no le ablandan excusas.
Rasga vasos de flor, hiende el hondo glaciar.
No te vale decirle que albergarlo rehúsas:
¡lo tendrás que hospedar!
Tiene argucias sutiles en la réplica fina,
argumentos de sabio, pero en voz de mujer.
Ciencia humana te salva, menos ciencia divina:
¡le tendrás que creer!
Te echa venda de lino; tú la venda toleras;
te ofrece el brazo cálido, no le sabes huir.
Echa a andar, tú le sigues hechizada aunque vieras
¡que eso para en morir!
Si yo te odiara, mi odio te daría
en las palabras, rotundo y seguro;
¡pero te amo y mi amor no se confía
a este hablar de los hombres tan oscuro!
Tú lo quisieras vuelto un alarido,
y viene de tan hondo que ha deshecho
su quemante raudal, desfallecido,
antes de la garganta, antes del pecho.
Estoy lo mismo que estanque colmado
y te parezco un surtidor inerte
¡Todo por mi callar atribulado
que es más atroz que entrar en la muerte!
La utopía y el amor romántico en algún momento eran hermanos, casi uno solo. El sueño mágico quiso que el amor tomara otro rumbo, pero nunca dejó su impronta, porque es irrealizable. Habla tanto de si mismo cuando conoce a quien le impacta y le interesa y después se cierra en su propia oscuridad, perdiendo su belleza.
Han pasado muchos años, página tras página y aún es impostor o fugitivo. No lo se. Pero no lo conozco y ya ni le sueño, ni le deseo, lo evado y a la vez en una gran contradicción, le extraño.
Por el amor hay que pagar un precio, la independencia. Es como sujetar el ser a lo que la persona amada valida, acepta y desea. Pocas veces vive en la libertad. Pocas veces brilla con su propia luz, pues es más usual que el afán de controlar y sujetar el amor, se corten las alas y se deje de volar. El amor romántico es exigente, algo tirano, algo egoísta.
Decidir compartir la vida, nuestros sentimientos, nuestra honestidad y libertad, con nuestro ser amado, es un acto de confianza que a menudo se ve defraudado. Quizá porque se piensa que hay que extenderlo en el tiempo, sin considerar que somos seres humanos en cambio constante, que lo que sucede de manera personal va modificando el pensamiento, el carácter, el temperamento, los objetivos, las metas, todo, absolutamente todo.
Si quizá se sintiera verdadera dicha por ver a la persona amada, realizarse, crecer, florecer, respetando su individualidad, sin querer controlar dejaría de ser utópico el amor romántico. Claro, existiría un compromiso que proclama la entrega de si mismo a otro, pero supuestamente voluntario y este, es justamente, el que se rompe.
Así que ya me di la respuesta. Si en tantos años no lo encontré, ya no es hora para que aparezca.
Amo mi individualidad y no me encuentro dispuesta a pagar el precio, he dicho y lo digo para mi.
CAPITOLO V
[La felicitá consiste nel fruire Dio per volontá.]
Era il mio cor sí di dolcezza pieno,
che udendo mi pareva esser tirato
al ben che le parole sue dicieno.
L’animo s’era astratto e separato,
e dicevo fra me: — Or che fia il vero,5
se ’l sentirne parlar mi fa beato? —
Quando, visto Marsilio il mio pensiero,
dissemi: — In te medesmo ora fa’ pruova
qual è de’ due predetti il bene intero.
Intender quel ch’io dico assai ti giova;10
ma, passato il primo atto, il bene inteso
crea nel cor maggior dolcezza nuova.
L’animo ch’è nel ricercare acceso,
pel conosciuto ben poi possedere
cerca, per goder solo il ben compreso;15
e non a fin d’intender vuol godere:
adunque quello intender che procede,
ministro è di quel ben che cerca avere.
Render ragion possiamo a chi richiede
a che fin noi cerchiam, ch’è per fruire20
quel ben che nostra mente prima vede.
Del gaudio altra ragion non si può dire,
se non sol gaudio, che in eterno dura,
né in altro maggior ben può la mente ir
Non fugge gaudio alcun nostra natura;25
spesso veder quelle cose rifiuta,
che stima esser moleste o di gran cura.
Colui che vede non ha sempre avuta
dolcezza pel veder; ma vede e intende
chi di gaudio ha la mente sua compiuta.30
E come piú nostra natura offende
dolersi che ignorar, pel suo contrario
il gaudio per piú ben che ’l veder prende.
Non è giudicio buon dal nostro vario,
che questo gaudio sia l’ultimo bene,35
s’è dolor primo mal, ch’è suo avversario.
E come alla natura nostra avviene
fuggir dolor per sé, e per dolore
qualunque cosa come somme pene;
cosí gaudio per sé disia il core,40
e pel gaudio ogni cosa, ed a quel corre,
sí come a sommo bene, il nostro amore.
Come non puoi nel numer de’ buon porre
un che sol veda il ben, se nol disia,
pur coll’intento che il può dare e tôrre;45
cosí convien che l’alma nostra sia
divina amando Dio, non sol vedendo,
che gode allor quel che ha veduto pria.
Avviene all’alma nostra, Dio intendendo,
che a sua capacitá tanta amplitudine50
contrae, e Dio in sé vien ristrignendo.
Amando, alla sua immensa latitudine
amplifichiamo e dilatiam la mente:
questo par sia vera beatitudine.
Vedendo, dello immenso onnipotente55
pigliam la parte sol che cape in noi
e quel che l’alma vede allor presente.
Amando, e quel che allor vedi amar puoi,
e quel piú che il pensier tuo t’ha promisso
dell’infinita sua bontá dipoi.60
Della divina infinitá l’abisso
quasi per una nebbia contempliamo,
benché l’alma vi tenga l’occhio fisso;
ma d’un perfetto e vero amor l’amiamo.
Quel che conosce Dio, Dio a sé tira;65
amando alla sua altezza c’innalziamo.
A quel per sommo ben la mente aspira,
che la contenta; ma non è contenta,
se solamente Dio riguarda e mira.
Perché la vision, benché sia intenta,70
che l’anima vedente in sé riceve,
per creata e finita si conventa.
E cosí esser ne’ suoi gradi deve;
se per potenzia l’anima è finita,
suo operare anco è finito e brieve.75
Ma l’alma ch’è di questi lacci uscita
sol si contenta interamente, e posa
in cose, le quai sien d’immensa vita;
e solo è di quel ben volenterosa,
ch’è da Dio conosciuto; e tal disio80
e ’l gaudio d’esso pare immensa cosa;
però che amando si converte in Dio,
e sopra Dio veduto si dilata. —
Ed io allor ruppi il silenzio mio,
e dissi: — Sia da te meglio esplicata85
tal cosa, allo intelletto mio confusa
per qualche oscuritá drento al cor nata. —
Marsilio a me: — Se l’alma è circonfusa
da qualch’error, non me ne meraviglio,
né tu per questo meco ne fa scusa.90
Mirar non può sí alto il mortal ciglio;
ma io a tua piú intera cognizione
un sensuale esemplo per te piglio.
Differenzia è da gusto a gustazione:
il gusto è la potenzia del gustare,95
la gustazion per l’atto suo si pone.
A muover questi due ad operare
bisogna sia ’l sapor ch’è il suo obietto,
che fa il primo al secondo ministrare.
Il gusto l’animo è, puro e perfetto,100
che si muove a gustar l’obietto degno
per la gustazion, ch’è l’intelletto.
E poi che giugne a questo primo segno,
gode gustato Dio col disio santo,
e tal gaudio è ’l sapor d’ogni ben pregno.105
La gustazione appunto è buona quanto
dolce è il sapore: e gusta Dio mirando
l’alma, e ’l disio piacer glielo fa tanto.
Cosí conchiuderemo, al fine andando,
che ’l nostro vero e sommo bene è quello110
eterno Dio, che tutti andiam cercando:
semplice, puro, immaculato agnello,
al qual cammina l’alma peregrina,
per riposarsi nel suo santo ostello.
E la beatitudin sua divina115
è fruir questo ben per voluntate,
ché amor la muove, ond’ella a Dio cammina;
ove assapora la suavitate
da lei giá tanto disiata e chiesta,
qual non gli posson dar cose create.120
Amando Dio, convien che Dio l’investa
del santo suo amore, e in sé converta
la mente, e díale gaudio che non resta.
Amore è quel che amato amor sol merta,
amor ne dá l’eterna nostra pace,125
amor vera salute, intera e certa.
L’Apostol santo, testimon verace,
con questo amore insino al cielo aggiunse,
vaso di tanta grazia ben capace.
Amore insino al terzo ciel lo assunse,130
alla stella che al mondo amore infonde,
onde i suoi occhi co’ divin congiunse.
A quella spera Dio mai non s’asconde;
indi sé mostra e il suo santo abitacolo,
e le ricchezze sue magne e profonde.135
Perché sopr’essa è quel chiaro spiracolo,
che sé ed ogni cosa agli occhi mostra
sol dove pose Dio suo tabernacolo.
Questo premio è serbato all’alma nostra
o sciolta dal corpo, né nel mondo cieco140
lo può trovar la mia vita o la vostra.
Ma al mondo vita tal mal tanto ha seco
che in vita piú felice gli animali
sarien bruti e selvaggi in qualche speco.
Quanto piú veggon gli occhi de’ mortali145
il ben, si dolgon piú se ne son privi,
e maggior cognizion ne dá piú mali.
Ed oltre a questo, mentre siam qui vivi,
assai piú cose nostra vita agogna,
che a lor basta l’erbetta e i freschi rivi.150
Felice è piú a chi manco bisogna;
cosí par l’uomo piú infelice al mondo,
mentre che in vita qui vacilla e sogna.
Ma il premio è poi nel viver suo secondo,
che il mondo errante «trista morte» appella;155
allor giunge al suo fin lieto e giocondo.
Cosí la vita nostra non è quella,
ovver la tua, pastor, ch’è piú quieta,
ovver, Lauro, la tua che par sí bella,
che un punto sol di tanti mai sia lieta,160
o qualunque altra vita ch’è mortale,
perché vera dolcezza il mondo vieta.
Or perché par che all’Ocean si cale
Febo, e finito è il mio sermon col sole,
Alfeo, statti con Dio; tu, Lauro, vale. —165
Cosí lasciò le piagge di lui sole,
e noi, benché al chiar fonte, con piú sete
d’udire ancor l’ornate sue parole;
le parole che mai passeran Lete.
Ma poi disse il pastor: — L’ora m’induce170
a ridur l’umil gregge nella rete.
Giá si parte da noi la febea luce;
ond’io ritorno al mio antico stento,
e tu dove il desir tuo ti conduce. —
E, questo detto, mosse il suo armento,175
ed io alle sue spalle volsi il tergo,
partendomi da lui col passo lento.
Cosí ciascun tornossi al proprio albergo,
e me acceso della santa fiamma,
mentre che drieto al pensier dolce pergo,180
mosse a cantar l’Amor che tutto infiamma.
Ultimi deliri
ultimi diluvi di una giovinezza
sparite leggerezze, occhi spezzati
come è fresca la giornata che nasce
vita mia che ti sfiorisci
Para este tema tan interesante de la poesía Sijo 시조, he tomado la información de Wikipedia, del documento Sijo coreano ensayo, y del blog de Robert Rivas, cuya información se encuentra al final.
El 時調 Sijo 시조 , es un género poético coreano y tradicional. Escrito en tres versos (formato clásico) con un conjunto de sonidos de cuarenta y tres a cuarenta y cinco sílabas. El 시조 se estructura de manera que el primer verso establece una introducción de la materia a tratar, el segundo la desarrolla y el tercero ofrece una suerte de conclusión. Este tercer verso consta a su vez de dos partes. La primera mitad debe sorprender por su significado o sonoridad.
Algunos de estos escritos están en hanja y otros en hangul 한글 cuyo alfabeto se desarrolló posteriormente.
El hanja 漢字 contiene caracteres de origen chino basados en ideogramas. Las palabras en hangul 한글 están escritas en sílabas compuestas en tres partes, un sonido inicial, un sonido medio y usualmente uno final. En la siguiente frase que dice "poemas de amor" cada sílaba la señalé con un color.
“Los poemas sirven para estimular la mente, puede usarlos uno mismo contemplativamente, enseñan el arte de hacerse sociable, muestran cómo acomodar emociones, permiten aprender las obligaciones más inmediatas con los padres y las más remotas con los dirigentes, nos familiarizan con los nombres de las aves, las bestias y las plantas”. En la tradición de Confucio la educación sentimental se expresaba con términos entonados. No se trata de aprenderse poesías de memoria, de recitarlas de modo más o menos convincente. Se cuestión de aprender a convivir introduciendo toques estéticos y conversadores en momentos apropiados, es decir, al interactuar con la naturaleza, con la pareja, con la autoridad, con los hijos. Se combina belleza y placer en la comunicación oral y escrita, con pinceladas de ironía.
- “El 시조es un poema breve de tres versos y cada verso tiene aproximadamente quince sílabas, aunque este número puede variar. Un verso se divide en dos hemistiquios que, a su vez, se distribuyen en unidades más pequeñas, el llamado pie métrico”
- “ El 시조 es un poema lírico tradicional de tres líneas o versos que promedian cuarenta y cinco sílabas en una estrofa, cada línea constituida por cuatro agrupamientos de frases con una pausa mayor después de cada agrupamiento. No equivale exactamente a una cesura”.
- “Los escritores contemporáneos de 시조 generalmente ignoran el yugo del límite silábico y mantienen el formato de tres líneas por estrofa”
Los hemistiquios o agrupamientos mencionados han variado a lo largo de los siglos, por lo que no parece ser un referente estable como reconocen, por separado, los autores citados a partir de revisiones antológicas que reseñan. “El tema se plantea en la primera línea, se desarrolla en la segunda y en la tercera se presenta un contra tema, un giro inesperado o se redondea el asunto con resolución”.
Desde el punto de vista etimológico la palabra 시조 viene a significar también “canción estacional” lo que entraña la alusión a elementos cambiantes de la naturaleza en cada época del año. Existe, pues, cierta conexión con el haiku. En este caso la tradición coreana es previa a la japonesa, si se tienen en cuenta las vinculaciones históricas entre ambos países. El 시조 es la cremallera que fusiona el espíritu con el entorno en el que se canturrea: “… . la poesía coreana no es más que la naturaleza misma trasplantada al plano de los sentimientos humanos o viceversa. Lo prueba que en Corea escribir versos equivale a decir cantar a la luna y al viento, ya que la naturaleza ha ocupado, y ocupa, el escenario principal de las imágenes y metáforas de la lírica coreana.”
LLUVIA NOCTURNA SOBRE EL RÍO HSIAO-HSIANG - Yi Il-Lo
샤오상강에 내리는 밤비 - 이일로느린 국화, 소고종